Lo sport, una professione anche per le donne? La risposta dell’Onorevole Laura Coccia

By | 01/10/2017

di Angela Teja

Nell’estate 2016 in Rep.it  è uscita un’interessante inchiesta dal titolo “Perché lo sport non ama le donne”, a firma di Arianna Di Cori e Alice Gussoni.

“Trattate economicamente peggio dei maschi, poco rappresentate ai vertici delle federazioni, inseguite dai soliti stereotipi e pregiudizi. La carriera delle sportive italiane è tutta in salita e anche le “star” del nuoto, del tennis o della pallavolo sono costrette a fare i conti con un vecchia legge che impedisce loro di essere professioniste. E poi c’è lo scandalo delle clausole antimaternità: “Molte sono costrette a sottoscrivere scritture private in cui si vieta esplicitamente di rimanere incinta”. Questo l’esordio del servizio, arricchito da una bella foto di atlete ostacoliste, con un simpatico ammiccamento a quelle che sono le difficoltà che normalmente le donne devono oltrepassare nella vita, per cui analizzare lo sport femminile viene ad essere la metafora di una metafora…

Le donne sportive non possono essere professioniste. Eppure la legge 81 del 1991 non fa differenza di sesso per l’applicazione della sua normativa. Donatella Scarnati, voce storica della Rai (dove ora è vice direttore ) che dal 1978 segue il calcio per la tv pubblica, conferma questa a dir poco imbarazzante realtà: “Il problema è più ampio direi. Sui campi da calcio, come nelle cabine di regia, le donne sono ancora viste come mosche bianche. Se c’è maschilismo? Purtroppo sì, ma questo è un problema che riguarda un po’ tutto il mondo del lavoro”. Del resto lo sappiamo che lo sport è sempre stato e sempre sarà specchio della società, meglio sarebbe dire, dell’umanità e del suo sentire. Se si è arretrati, ancorati a convinzioni di secoli fa, il risultato è restrittivo, meglio, punitivo per le donne.

Per non dire della quasi nulla dirigenza femminile (ma anche in questo caso, situazione verificabile non solo in ambito sportivo…). Evelina Cristillin è una delle poche eccezioni, avendo avuto assegnata la presidenza del Comitato organizzatore di Torino 2006. Da poco la Figc l’ha scelta come candidata rappresentante femminile in quota Uefa alla Fifa. La Cristillin (e in verità non solo lei, vista l’esperienza positiva in Norvegia, dove le donne occupano ora posti dirigenziali al pari degli uomini dopo un primo inserimento “forzoso”) è per le “quote rosa”: “Posto che non sono il mio ideale, resta il fatto che le federazioni quando si tratta di votare scelgono sempre il criterio della cooptazione. Mentre guarda caso quando si tratta di decidere chi porti avanti un progetto bene e in fretta, come è stato per Torino o adesso per il Comitato Olimpico [Comitato per la Candidatura 2024] di Roma, allora si sceglie una donna”. E l’allusione è alla Bianchedi, campionessa plurimedagliata di scherma, la prima donna nel 2000 ad essere stata vicepresidente del Coni, membro di Giunta con la Bellutti, nel momento in cui il Cio aveva richiesto a tutti i Comitati nazionali almeno il 10% di presenza femminile nella dirigenza sportiva entro il 2000 e il 20% per il 2005. Il progetto, programmato da Anita de Franz e decollato nel 1995 aveva portato alla creazione di una Commissione apposita di “Donna e sport” del Cio, che ora ha preso il nome di “Donne nello sport””.

 

L’inchiesta si conclude con le difficoltà previdenziali per le donne sportive: “… il problema legato alle tutele previdenziali per gli atleti e, soprattutto, per le atlete, non è da poco. ‘Quando si è giovani si pensa solo ad allenarsi e a vincere, nessuno pensa alla pensione’, spiega Manuela Di Centa, ex campionessa olimpica di sci di fondo, una delle prime donne a spiccare con la maglia azzurra in uno sport considerato “maschile” […] Che il problema esista e sia di una certa rilevanza lo conferma anche la recente presa di posizione del presidente dell’Inps, Tito Boeri, che ha parlato della necessità di estendere il contributo previdenziale obbligatorio a tutti gli sport. La proposta di Boeri muove soprattutto dal caso calcio e dalla piaga dei pagamenti in nero in LegaPro […] Ma il calcio, ammette Boeri, è il male minore. “Ci sono tantissimi altri sportivi per cui non esistono forme di contribuzione obbligatoria, come nella pallavolo”.

 

Infine le proposte di cambiamento in atto: ” Come avviene in molti altri campi, anche il ritardo italiano nelle “pari opportunità sportive” può essere misurato sulle indicazioni che arrivano dall’Europa. Risale infatti al lontano 2003 una risoluzione con cui il Parlamento di Strasburgo chiedeva agli Stati membri di assicurare alle donne pari accesso alla pratica sportiva; di sostenere lo sport femminile, sollecitando a sopprimere la distinzione fra pratiche maschili e femminili nelle discipline ad alto livello; di garantire, da parte delle federazioni sportive nazionali, gli stessi diritti in termini di reddito, di condizioni di supporto e di allenamento, di accesso alle competizioni, di protezione sociale e di formazione professionale, nonché di reinserimento sociale attivo al termine delle carriere sportive. Gli Stati membri e le autorità di tutela venivano sollecitate infine a condizionare la propria autorizzazione e il sovvenzionamento delle associazioni sportive a disposizioni statutarie che garantiscano una rappresentanza equilibrata delle donne e degli uomini a tutti i livelli e per tutte le cariche decisionali. Parole al vento, come abbiamo visto, ma una volta tanto siamo in buona compagnia. Tra i pochi paesi che hanno preso queste raccomandazioni alla lettera c’è la Francia, dove riservare posti per le donne nel sistema dirigenziale dello sport è un sistema consolidato. Le quote sono stabilite nelle regole federali (federazioni, leghe, società sportive), mentre a livello nazionale il numero delle donne nei comitati esecutivi deve essere proporzionale al numero di donne tesserate. Altro modello positivo, stavolta extra Ue, è quello della Norvegia. Nello Stato scandinavo la regolazione sulle pari opportunità di genere dichiara che ogni sesso deve essere rappresentato con almeno il 40% quando un organismo pubblico elegge comitati, direttivi, consigli, ed entrambi i sessi devono essere presenti in comitati sopra le due persone. In Italia siamo fermi invece ad un lungo elenco di proposte di legge bloccate da anni in Parlamento. La più recente è quella presentata nel novembre 2014 dalla deputata del Pd Laura Coccia per modificare gli articoli 2 e 10 della legge 91 del 1981 in materia di applicazione del principio di parità tra i sessi nel settore sportivo professionistico.”

 

Il resoconto dell’interessante inchiesta di Rep.it ci permette in introdurre a una breve intervista che abbiamo fatto all’on. Laura Coccia sull’argomento.

 

Onorevole lei ha firmato una proposta di legge sul professionismo sportivo, che novità introduce per le donne?

Nessuna legge in Italia impedisce alle donne di essere professioniste, ma nei fatti nessuna donna può essere atleta di professione. La mia proposta sana la differenza tra uomini e donne: le federazioni che scelgono di essere professioniste devono farlo nel rispetto della parità di genere. Senza discriminazioni. Sicuramente avrà avuto modo di fare dei raffronti con altri Paesi.

Come si colloca l’Italia?

La situazione non è omogenea, ma sono molti i paesi, come la Francia o la Germania, dove le tutele sono molto maggiori e consentono alle donne di fare della propria passione un vero e proprio lavoro. Una sicurezza importante.

Quali azioni sono state fin qui promosse per eliminare la disparità di genere nello sport?

Il tema è noto da anni e sono molte le atlete e le associazioni che hanno portato avanti questa battaglia. Ora esiste una mia proposta di legge alla Camera che è stata incardinata in Commissione e una proposta di Valeria Fedeli, quando era vicepresidente del Senato.

Lo scorso anno a Rio la delegazione italiana ha registrato un numero record di donne con oltre il 47% di presenze. Perchè a questo dato non corrisponde una percentuale simile anche nella leadership sportiva? A cosa è dovuto?

Non credo sia per mancanza di “coraggio” nel candidarsi, ritengo sia una questione di mentalità. Spero cambi, perché ne gioverebbe tutto il sistema sportivo italiano. Lo sport per le donne necessita, insomma, di compiere ancora questo importante passo, per un mondo sempre più equo e paritario.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *