Lasciare l’ufficio per fare l’acrobata. Olimpia intervista Lavinia Alberti, esperta di parkour

By | 06/04/2018

Sono Lavinia Alberti, ho 33 anni e pratico parkour da quasi dieci anni.

Perche’ hai scelto il parkour? Fai altri sport?

Il mio percorso formativo e di vita è piuttosto vario: nasco come ginnasta, dopo aver fatto qualche anno di avviamento allo sport (“integrato” con giochi da me inventati, come saltare di albero in albero facendo un percorso senza toccare mai a terra!). Purtroppo finisco nel settore promozionale, senza troppa possibilità di andare molto avanti tecnicamente, così a 15 anni decido di seguire l’altra mia grande passione, il karate, che mi accompagnerà fino ai primi anni dell’università. Dopo qualche anno, mossa dalla nostalgia per la ginnastica, mi affaccio al mondo della danza e ne frequento una scuola famosa qui a Roma, di cui avevo spesso sentito parlare dalla mia compagna di banco del liceo. Dopo le arti marziali l’impatto con un mondo di movimenti sinuosi non mi ha fatto sentire a mio agio fino a quando non ho trovato un corso denominato “Acrobatica”, un corso diretto allo studio dei movimenti al suolo della ginnastica artistica che strizzava l’occhio al mondo del circo e a qualsiasi disciplina che potesse considerarsi affine. Non c’era nessuna impostazione rigida, piuttosto fiducia e serenità. Mi sono sentita rinascere. Dal punto di vista tecnico ho fatto un balzo in avanti. Dopo un anno di allenamento doppio fra acrobatica e karate, ho scelto l’acrobatica per poi affiancarla, con rinnovata curiosità, alla danza. Il mio maestro era sia insegnante che performer e mi ha trasmesso l’amore per quel genere di attività.

Ho scoperto il parkour in internet. Per me è arte, è esprimere se stessi, essere liberi, far propria la città usando il movimento. Ho sempre amato arte, scienza e sport. Orfana di padre, ho seguito, per senso di responsabilità verso la famiglia, Giurisprudenza, poi conclusa con 108. Ho lavorato per 8 anni in ufficio per sistemare me e non solo: alcune volte mi piaceva, altre proprio non mi rispecchiavo in quel che facevo. Scegliere il parkour è stato essere responsabile verso il mio benessere e scegliere una strada che mi rappresentasse. Decisi di coltivare in parallelo due attività (ufficio, corsi e allenamenti) fino a che non avessi avuto la possibilità di seguire le orme del mio maestro, a modo mio. Duro e faticoso, ma anche elettrizzante.

Attualmente faccio parkour, acrobatica, studio danza e tecniche di stunt. Sono insegnante a tempo pieno e ho tenuto anche dei workshop. Abbiamo creato con le nostre mani il primo parkour park al coperto di Roma, il Crash Park. Ho partecipato ad alcune audizioni, fatto esibizioni, lavorato presso alcuni programmi televisivi e come stunt. Il mio sogno è entrare in questo mondo, anche se difficile.

Siete molte donne a praticare questa specialità? In che percentuale?

Quando ho iniziato nel 2009 eravamo cinque in tutta Italia. Tanto che creammo un progetto per scoprire dove fossero nascoste le altre e incentivare la presenza femminile nel mondo del parkour, si chiamava Italy Traceuses Project. Adesso la popolazione femminile di praticanti è cresciuta. Non saprei dire la percentuale. Difficilmente emerge più di una donna per gruppo, ho notato. Esistono sempre più ragazze di livello, anche in Italia. All’estero ci sono parecchie donne che tecnicamente non hanno nulla da invidiare rispetto ai colleghi uomini.

Il tuo essere donna ti ha creato problemi?

L’essere donna è un’arma a doppio taglio: da una parte potresti essere trattata con condiscendenza o come qualcuno che non raggiungerà mai grandi obiettivi, quasi messa da parte dagli istruttori, considerata in maniera paternalistica dai colleghi di uguale livello. D’altra parte, a parità di forza fisica, un risultato medio di una donna è esaltato come un grande risultato tecnico, senza contare che una donna che fa mostra della sua bellezza, ha più successo dei colleghi. Spesso sono le donne che non credono in se stesse. Fortunatamente di norma il mondo del parkour è aperto, i praticanti migliorano e crescono come persone insieme all’allenamento, per cui il sostegno arriva e anche le critiche costruttive sono ottimo segno. In realtà si sta bene nel mondo del parkour, anche se le difficoltà non mancano per una donna, spesso esclusa perché per spettacoli e acrobazie si preferiscono soprattutto gli uomini.

Come donna si ottiene molto più facilmente l’incarico di gestire classi di bambini invece che di adulti: dal punto di vista della difficoltà un bimbo va capito, riconosciuto, motivato, fatto esprimere, gestito, contenuto, educato. Invece, dal punto di vista fisico, basta avere due allievi forti – per essere aiutata nell’assistenza – per poter gestire anche una classe di adulti.

Fatichi a trovare il tempo per praticarlo? Hai una tua famiglia? Questo ti crea dei problemi?

Non fatico, essendo questa la mia professione. Ma se penso al tempo in cui lavoravo dietro una scrivania, credo che il parkour sia per eccellenza la disciplina più compatibile con gli impegni di chiunque, proprio perché è un’attività spontanea, senza orari, senza un luogo fisso dove allenarsi. Richiede solo disciplina interiore per sentirsi liberi di esercitarsi ovunque. In questo senso è molto zen. Ormai con la mia famiglia di origine si fa “squadra”, ma è stata una conquista ottenuta con tanta pazienza e sacrificio. Non è ancora del tutto accettato ciò che faccio, permangono delle preoccupazioni. Non ho un compagno perché non ho ancora trovato la persona giusta. Sono innamorata della mia solitudine e dei miei impegni, è tutto molto funzionale così. In compenso, fra i vari corsi, ho circa 130 allievi che adoro.

Se tu avessi una figlia glielo faresti fare?

Assolutamente si! Anche se so che è dura staccarsi dallo stereotipo dell’uomo forte e atletico e della donna composta e delicata! I numeri dei praticanti sono ancora tutti a favore della componente maschile, ma nulla collega il parkour alla mascolinità. Il parkour è adattare il proprio corpo all’ambiente circostante in maniera efficiente e funzionale, in maniera creativa quando si aggiunge l’acrobatica (ma allora sarebbe meglio chiamarlo freerunning). Ogni corpo, sia esso maschile o femminile, ha diverse caratteristiche, cui corrisponderanno differenti adattamenti all’ambiente. Chiunque a qualunque età può praticarlo.

Si fanno delle gare?

La disciplina nasce e si insegna come non competitiva, accessibile a tutti, come metodo di crescita sia spirituale che fisico. Si sta affacciando al mondo delle gare grazie all’appeal che ha raggiunto negli ultimi anni, considerati gli introiti che potrebbe generare . Come dicevo, per me è arte, avventura, estetica e ricerca che non può ridursi a un punteggio. Cosa si dovrebbe misurare poi? La velocità, la lunghezza di un salto, un insieme di elementi tecnici codificati, come nella ginnastica artistica? Diventerebbe uno sport praticabile comunque da uomini e donne, ma d’élite e meno creativo. Gare amichevoli fra praticanti sono un buono spunto per motivarsi a vicenda, esistono competizioni spettacolari organizzate da sponsor con professionisti di alto livello, ma alcune volte sono contestate. Pochi praticanti gradirebbero il riconoscimento del parkour da parte della Federazione di Ginnastica e magari il suo ingresso alle Olimpiadi, perché questo vorrebbe dire snaturarlo, sottoponendo strutture ed esecuzioni a degli standard e rendendolo di difficile accesso, riservato a pochi. Il parkour non è una tecnica, è un’arte.

Bene, Lavinia, tanti auguri per il tuo futuro, che tu possa sempre mantenere l’entusiasmo e la passione che mostri avvicinandoti a una disciplina tutt’altro che semplice…anche se tu ce la spieghi come un adattamento naturale della persona all’ambiente per divenirne parte attiva. Se il parkour aiuta a sviluppare fiducia in se stessi e di conseguenza serenità nell’approccio delle difficoltà inevitabili della vita, da soli o in compagnia, se è un’arte come tu dici, ci sembra anche un valido strumento di potenziamento individuale partendo dal proprio corpo, e senza ricorso alla tecnologia.

One thought on “Lasciare l’ufficio per fare l’acrobata. Olimpia intervista Lavinia Alberti, esperta di parkour

  1. Adriana Balzarini

    Solo le donne ricche d’inventiva e caparbie riescono ad inseguire i sogni , quei sogni che in prima batuttuta ti appaiono e in seguito molte volte non ti fanno vedere subito in quale via ti portano. Solo la volontà femminile riesce a costruirsi quel sogno , lo modella , lo fa suo e alla fine la porta a scoprirne la meta , arricchendo anima e corpo !
    Una storia fantastica !
    Complimenti Lavinia !

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