“Anch’io ho lottato e continuo la mia corsa per i diritti degli afroamericani”

By | 30/10/2018

Wyomia Tyus a Città del Messico nel 1968 fu la prima atleta che vinse l’oro in due Giochi consecutivi nella gara dei 100 metri ma, come Tommy Smith e John Carlos volle confermare che anche lei aderiva al progetto dei diritti umani per gli afroamericani e corse con i pantaloncini neri.

di Adriana Balzarini

Wyomia Tyus  in pantaloncini neri durante la gara dei Giochi per simboleggiare che anche lei partecipava alla protesta dei neri d’America.

In questi giorni parecchie trasmissioni televisive rievocano le gesta degli atleti che hanno lasciato il segno attraverso servizi speciali per il 50esimo dai Giochi Olimpici del 1968 disputate a Città del Messico nel mese di ottobre.  Vengono messe in risalto ricordando essenzialmente i suoi “eroi” che fecero scoprire con il loro gesto sul podio non solo i pugni alzati al cielo racchiusi nei guanti neri ma perché  proprio grazie a quel gesto misero a nudo l’”anima amara” di quell’America razzista per come venivano trattati i neri d’America. Quel gesto, simbolo del Black Power, costerà ai due atleti, Tommy Smith e John Carlos, rispettivamente primo e terzo nella gara dei 200 mt.,  la loro cacciata dai Giochi. La carriera sportiva di entrambi finì in quello stesso istante in cui decisero di alzare il pugno al cielo e di abbassare lo sguardo, invece di fissare commossi lo sventolare della bandiera americana. Quel gesto è stato e resterà per sempre nei cuori di tutti noi che in quell’epoca seguimmo i Giochi e diventerà in seguito uno dei gesti fra i più evocati dalla storia dello sport.

Ma in quei Giochi anche le donne di colore americane continuarono la marcia verso la libertà da quella schiavitù morale quotidiana a cui erano sottoposte, dopo aver mosso i loro primi passi alle Olimpiadi di Londra nel 1948 (ricordiamo che le prime donne afroamericane che parteciparono ai Giochi furono Andrey Patterson e Alice Coachman e  vinsero rispettivamente una medaglia ma al loro rientro non poterono parlare durante i loro festeggiamenti perché donne di colore).  I gesti delle donne certo non furono mai così eclatanti come quelle dei due atleti famosi ma se li andiamo ad analizzare sappiamo che hanno avuto un cammino costante verso quella emancipazione femminile che oggi le ha portate a essere ammirate.

Wyomia Tyus proprio a Città del Messico vinse, ottenendo il record mondiale con il tempo di 11,08 secondi sulla distanza dei 100 mt. la sua seconda medaglia d’oro  confermando la vittoria conseguita quattro anni prima a Tokio e solo dopo due giorni vinse il suo secondo oro per la staffetta 4 x 100 mt. Wyomia Tyus mentre aspettava di entrare sui blocchi, per concentrarsi meglio  iniziò a ballare canticchiando e seguendo un ritmo della musica della canzone popolare “TightenUp”. Indossò per i Giochi i pantaloncini neri per protesta per simboleggiare che anche lei aderiva al progetto sui diritti umani anche se le donne, come lei dichiarerà in seguito, non furono mai coinvolte dai movimenti esclusivamente maschili. Fece ancora di più: dopo la vincita dell’oro nella staffetta 4x100mt dedicò la vittoria ai due atleti Tommy Smith e John Carlos. Anche lei come altre aveva conosciuto, nonostante i risultati eccellenti ottenuti per la bandiera a stelle e strisce, la fatica fuori dai campi sportivi per trovare spazio nel mondo del lavoro e nella quotidianità del prendere un bus o del frequentare le scuole. Tyus non era fra le favorite per competere nello sprint di 100 metri  a Città del Messico sebbene avesse vinto la medaglia d’oro ai Giochi di Tokyo quattro anni prima ma la sua voglia di riscatto contro la  discriminazione razziale subita fin da giovane studentessa che la costrinse  a sobbarcarsi un’ora di autobus ogni mattina per andare a scuola. Nonostante infatti ne avesse una vicino a casa, le era preclusa perché riservata ai bianchi. Così passava i giorni a giocare da sola o con i fratelli perché le bambine vicine di casa erano bianche e quindi non le permettevano di stare con loro.

Tutto questo si ripresentò nella sua mente sulla pista e si sommò con il ricordo struggente dei consigli del padre, morto quando lei aveva solo quindici anni, che le aveva sempre ricordato che doveva essere consapevole del colore della sua pelle e proprio per questo doveva impegnarsi molto di più degli altri per superare i pregiudizi.

Tutto questo mi scoppiava nel cuore e nonostante una intensa pioggia e due partenze false nella corsia n. 4 sono partita con la stessa velocità dell’esplosione della pistola. La pioggia ha rallentato la sua discesa al suolo e non appena abbiamo attraversato il traguardo, il cielo si è aperto” ha dichiarato l’atleta nella giornata del ricordo dopo 50 anni sulla pista di atletica di Città del Messico. “… è stata la migliore partenza che abbia mai avuto in tutta la mia vita. Ed è stato il momento migliore per averla” conclude sorridendo. “Ora sto ancora combattendo là fuori”, ha detto, “non solo per i diritti umani, ma anche per i diritti delle donne e per porre fine al sessismo e al razzismo”.

Lo sport era stato per lei un modo di superare generazioni di discriminazioni e impegnarsi per i giovani diventò il suo obiettivo principale subito dopo quella Olimpiade. Conseguì una laurea in educazione ricreativa e ottenne un posto come coordinatrice di educazione fisica a Los Angeles. Integrò l’insegnamento facendo l’amministratore delle relazioni per gli eventi di atletica leggera per gli USA e fu eletta Ambasciatrice di buona volontà per gli Stati Uniti in Africa ricevendo un riconoscimento nel 1985 per la sua dedizione a infondere il senso di fiducia in se stessi nei giovani, oltre a essere stata una delle fondatrici  della Women’s Sports Foundation.

Mezzo secolo dopo quella storica vittoria, Tyus sta presentando in tutto il paese il suo libro “Tigerbelle: The Wyomia Tyus Story”. È gratificata dal sostegno che riceve e dal riconoscimento che ora sta ottenendo.  Un riconoscimento che meritava da parecchio. Il suo è un libro commovente con affermazioni indelebili sull’integrità, sul nero del Sud, sull’attivismo sociale, sull’uguaglianza di genere e sull’inclusione. Perché, come lei stessa afferma: “Quello che ho fatto è vincere un evento su pista, quello che ho fatto dopo è durato una vita e la vita è più grande dello sport!”

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